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I mercati finanziari della settimana - dal 30 luglio al 3 agosto 2018

Mercati Azionari 

Andamento contrastato nell’ultima settimana, con gli indici americani in territorio ampiamente positivo, mentre Europa e Giappone risultano negativi. A livello macro-economico la borsa USA è sostenuta da dati molto solidi sia sul lato della crescita che sul lato del mercato del lavoro; in Europa , invece, i dati continuano a segnalare possibili rallentamenti nel corso dei prossimi mesi tali da indurre Draghi a manifestare prudenza nonostante i dati sull’inflazione della zona euro siano ormai sui valori obiettivo. Complessivamente negativi anche i mercati emergenti, trascinati al ribasso dalla Cina, che cerca di reagire ai dazi commerciali imposti dagli Stati Uniti anche mediante svalutazioni valutarie. 
 
Mercati Obbligazionari 
Settimana in altalena per i titoli governativi, con un rialzo dei rendimenti nei primi giorni e successivamente una correzione. Il Treasury americano è sulla soglia del 3% a 10 anni, mentre il Bund tedesco è poco sopra 0,40%. Torna una forte tensione sui titoli italiani col rendimento a 10 anni oltre il 2,90%. Il mercato punisce l’incertezza sulla manovra finanziaria ed in particolare sulla compatibilità delle misure più volte annunciate con i vincoli di bilancio imposti dall’Europa e dalla costituzione. 
 
Materie Prime e Valute 
Continua la debolezza del comparto delle materie prime, generalizzata su tutti i comparti. L’oro è in area 1200 dollari/oncia in calo di più dell’8% negli ultimi sei mesi, facendo da contraltare al rafforzamento del dollaro USA. L’Euro risulta debole rispetto a quasi tutte le valute nel breve termine (escluse le divise nord-europee) ed in particolar modo verso il dollaro. Ovviamente sono i riflessi dei dati macro più deboli e, forse, di svalutazioni competitive contro le politiche commerciali di Trump.
 
Fonte: ufficio studi Consultique SpA

I mercati finanziari della settimana - dal 23 al 27 luglio 2018

Settimana nel complesso positiva per i mercati azionari internazionali, con segni più piuttosto generalizzati per le varie aree geografiche. Indici tonici con l’Europa che riesce a far meglio di Wall Street, approfittando di un contesto più favorevole alle stocks europee in ambito internazionale, vista l’inattesa apertura di Trump ai principali leader UE per una soluzione alla problematica dei dazi e del protezionismo. Al di là della ‘volatilità’ delle prese di posizione del presidente USA (dove ogni dichiarazione può essere smentita anche solo dopo 24 ore), gli obiettivi delle trattative sembrano volte a evitare di continuare nella guerra commerciale in atto, con Trump provvisoriamente più disponibile nel trovare soluzioni condivise. Un cambio di rotta, dalla durata non pronosticabile, che potrebbe comunque essere portava avanti attraverso un tavolo di lavoro che metta sul piatto: l’eliminazione dei dazi su acciaio e alluminio, scambi commerciali tra USA e UE in ambito energetico e agricolo, un piano comune di riforma del WTO. Il risultato è stato un boost per l’equity che vede l’S&P avanzare di poco più dell’0,60%, facendo decisamente meglio del record man Nasdaq (-0,70%), appesantito, in questa ottava, dalle cattive performance di Facebook, crollata di oltre il 20% in una sola seduta dopo i dati di bilancio inferiori alle attese (ricavi e numero utenti). Sempre nell’ambito tech, stessa dinamica per Twitter (-20%), mentre invece, sono stati buoni dati per quanto riguarda Amazon con un utile per azione doppio rispetto alle attese di mercato. L’S&P 500, con un buon cammino settimanale, dopo la conquista di area 2.800 si è ulteriormente avvicinato ai massimi storici (quota 2.870). Come detto inizialmente, maggior piglio hanno avuto gli indici europei, rinvigoriti dal migliorato clima in tema di dazi ma anche dal rafforzamento del Dollaro, fattore che è andato a dare spinta soprattutto al Dax (+2,4%). L’indice tedesco, supera l’empàsse in area 12.500 riuscendo a proseguire nella sua tendenza rialzista di breve e mettendo nel mirino quota 13.000. Positivi anche i mercati emergenti, trascinati al rialzo dalle altre borse: bene tutta l’area asiatica (India +2,3%, Cina +3,5%), sia Russia (+3,3%) e Brasile (+1,7%). Sostanzialmente piatto invece il Nikkei. Dopo una ulteriore fase di compressione verso i minimi di area 12, la volatilità torna a salire sul finale d’ottava, in corrispondenza del calo dei titoli tech USA.

 
In tema materie prime, recupero del paniere generale (CRB, +1,4%), grazie al ritorno di positività sulle commodities industriali (in media +2%) e al recupero del prezzo del petrolio dopo i cali delle precedenti settimane (WTI +0,7% sotto ai 70 Dollari al barile). Ancora debole l’oro che non accenna a recuperi, indebolito dai rialzi del Dollaro USA e dalla mancanza di specifici elementi di rischio sui mercati.
 
 In ambito obbligazionario e monetario, gli occhi degli operatori si sono concentrati sul meeting periodico della Banca Centrale Europea, anche se non si sono avute grandi novità per quanto riguarda l’outlook di politica monetaria dopo l’aggiornamento della ‘forward guidance’ del mese scorso. Mario Draghi ha ribadito quanto annunciato negli incontri precedenti, ossia che il costo del denaro rimarrà ai livelli attuale almeno fino a tutta l’estate 2019 e che il Quantitative Easing (inteso come l’acquisto mensile netto di titoli) terminerà a dicembre (con mini tapering da settembre). Per quest’ultimo punto, Draghi si lascia una porta aperta, in quanto la fine del QE è legato all’invarianza del quadro attuale in tema di prospettive di inflazione a medio termine. Il percorso immaginato dalla BCE vede quindi da un lato una politica monetaria che resta ultra accomodante (visto che comunque vi sarà il reinvestimento dei titoli di stato in scadenza), dall’altro una crescita che si potrebbe stabilizzare. In tema di inflazione, quella ‘core’ si attesta su uno 0,9%, elemento che lascia spazio di miglioramento nel prossimo futuro. Il mercato sembra prezzare le indicazioni del governatore, anche se rimangono margini di variabilità date le incertezze sul commercio internazionale. Un Draghi quindi molto tranquillo che definisce l’azione della BCE come caratterizzata da ‘’prudenza, pazienza e perseveranza’’. Nei mercati obbligazionari abbiamo avuto qualche segno meno sul governativo della zona Euro, in partecipare sui titoli di stato italiani (rendimento da 2,6% a 2,72% negli ultimi 5 giorni), dove la fragilità della posizione del ministro Tria all’interno del governo rende nervosi i mercati. In generale risalita i rendimenti dei paesi sviluppati ex Euro: i Treasury USA nella scadenza decennale, sono tornati a salire, sfiorando quota 3% e interrompendo la fase laterale precedente. La tendenza al rialzo dei tassi è stata piuttosto comune: i titoli di stato di UK, Canada, Australia e Giappone hanno lasciato sul terreno tra lo 0,40% e lo 0,80%. Il buon contesto di mercato ha aiutato due asset class obbligazionarie caratterizzato da un profilo di rischio più alto, come emergenti e high yield. I primi hanno recuperato terreno, soprattutto per la versione ‘local currency’, in particolare per l’area Latin America. Buono l’andamento anche del corporate, in particolar modo per l’high yield (quello USA torna positivo da inizio anno mentre quello Euro ha recuperato quasi completamente le perdite).
 
In ambito forex, settimana di forte debolezza per l’Euro nel confronto di quasi tutte le valute: su un paniere di 30 valute (sviluppate e non) l’unica moneta che non si è rafforzata è la Lira Turca. La politica monetaria ultra accomodante di Draghi spinge il cross sulla parte bassa del range di quotazione dell’ultimo mese a quota 1,165. Ampi recuperi per quelle emergenti, Pesos messicano in primis, poi Real brasiliano e Zar Sudafricano. In recupero verso l’Euro anche la Sterlina e lo Yen giapponese.
 
Fonte: ufficio studi Consultique SpA 

I mercati finanziari della settimana - dal 16 al 20 luglio 2018

Settimana di consolidamento per i mercati azionari internazionali che vengono, in particolare per gli indici statunitensi, da un mini rally rialzista iniziato dai minimi di fine giugno. L’S&P 500, nel giro di metà mese, ha messo a segno infatti 100 punti (quasi un 4%), ritornando sui valori toccati a marzo e non troppo distante dai massimi assoluti di area 2.870. Facile che l’indice trovasse qualche ostacolo sulla resistenza di quota 2.800 ed infatti il newsflow settimanale ha seguito pari pari l’andamento tecnico dell’indice. La parte iniziale della settimana infatti è stata all’insegna dell’ottimismo del presidente della Federal Reserve Powell: un discorso bilanciato ma anche positivo, visto che è stato sottolineato che l’economia è solida, il mercato del lavoro robusto ed il trend inflattivo incoraggiante. Una triade di dati che suggerisce di proseguire con la rimozione degli stimoli monetari attraverso graduali aumenti dei tassi, utili anche a smorzare dinamiche incontrollate nei prezzi di beni ed attività finanziarie. Le borse hanno seguito questa traccia positiva ad inizio settimana ma poi si sono fatte più caute: i timori per le conseguenze delle misure protezionistiche (Trump ha dichiarato di essere pronto a spingere i dazi sulle importazioni dalla Cina fino a 500 miliardi di Dollari, ossia tutti i prodotti provenienti da Pechino) e qualche indicazione contrastante nelle trimestrali hanno suggerito prudenza agli operatori. Sul tema dei dati delle società da segnalare gli ottimi dati per Bank of America, dopo quelli già positivi di JPMorgan e Citigroup e la debacle, invece, per dei ‘tech’ come Ebay e Netflix, queste ultime con veri e propri crolli nelle quotazioni. La settimana si chiude con gli indici USA praticamente invariati ed il medesimo scenario si è avuto anche in Europa. Il paniere generale è negativo per uno 0,15%, con diverse sfaccettature (bene il Dax, almeno finchè l’Euro è stato in discesa, debole invece il Cac, -0,6%), ma è apparso chiaro che senza Wall Street a condurre il gioco, l’Europa sostanzialmente ha ben poca direzionalità propria. Penalizzato dalla volatilità del settore bancario il FTSE Mib che manca la rottura di quota 22.000 e non riesce a migliorare il proprio quadro tecnico. In tema di settori europei bene i tecnologici mentre hanno fatto male Media, Telecom e Basic Materials. Tra gli altri mercati, poco mosso il Nikkei mentre in Asia brilla il Sensex, su massimi assoluti e a +8% year to date. In tema Vix: rimane su bassi livelli ma il raggiungimento di quota 11,5 ha visto una reazione tecnica verso l’alto

 
Per quanto riguarda le commodities, in calo il basket generale (-0,20%): anche in questa settimana quasi tutti i sotto comparti hanno dato un contributo negativo. L’oro, sfavorito dalla forza del Dollaro, scivola ben al di sotto dei supporti a quota 1.250. Male anche il WTI Crude Oil che storna di oltre il 2,4% e tutto il complesso delle materie prime industriali (dal -1,5% del rame al -3% del Nickel): le tensioni su dazi e protezionismo continuano a pesare significativamente.
 
Per quanto riguarda l’obbligazionario, limitati i movimenti sul governativo della zona Euro, con variazioni frazionali dei vari indici paese e comunque concentrati sulle lunghe scadenze. Poco mossi in generali anche i titoli di stato ex-Euro, con qualche limatura al ribasso nelle quotazioni. Solo il governativo inglese ha visto una performance settimanale positiva (+0,46%), che ha come elemento simmetrico l’indebolimento della Sterlina inglese sui mercati dei cambi. Il calo dei rendimenti è conseguenza diretta dell’instabilità politica del governo inglese, con un peggioramento delle prospettive economiche di lungo periodo a causa della Brexit. Sul mercato dei titoli di stato americani calma piatta almeno fino a venerdì: l’yield del decennale nelle ultime tre settimane non ha fatto che oscillare tra 2,80% e 2,90%, segnalando quasi la mancanza di driver specifici sulla crescita e sull’inflazione di lungo periodo, ma nell’ultima seduta settimanale i valori si sono spostati verso la parte alta del range di breve. Il market mover non sono state le dichiarazione del capo della Fed Powell che, sulla nota questione della curva appiattita, non ha fatto altro che notare che questo sia una diretta conseguenza dei pensieri e delle azioni della Fed, che vede tassi sopra il 3% entro il 2020 e un tasso naturale al 2,9%. Secondo Powell, inoltre, l’economia americana è in grado di sostenere nel 2018 altri due rialzi di tassi (uno a settembre, l’altro a dicembre), elementi destinati a rafforzare il dollaro nei confronti dell’Euro e delle altre valute. Gli incrementi del costo del denaro seguono comunque il rafforzamento dei prezzi al consumo negli USA, con il dato ‘core’ al 2,3% annuo (dal 2,2% di maggio) e quindi superiore attualmente ai tassi Fed. Di maggiore impatto l’entrata a gamba tesa di Trump in tema di politica monetaria: secondo il presidente americano il rialzo tassi fa male agli USA, svantaggiandoli in ambito valutario. Le dichiarazioni hanno pesato in parte sull’equity oltre che nel mercato forex, anche se poi la Casa Bianca ha dovuto diplomaticamente smorzare il tono del punto di vista presidenziale. Tra le altre asset class obbligazionarie: contratastati ancora gli emergenti, soprattutto in local currency (a causa del Dollaro forte in alcune sedute settimanali) mentre in ambito corporate lievi segnali più per l’High Yield, sia Euro che area Dollaro.
 
In ambito valutario, movimento di forza dell’Euro verso la Sterlina, affossata dalle tematiche della Brexit, mentre il cross Euro Dollaro ha visto un saldo poco mosso ma con un andamento volatile: un minimo a 1,157 che poi ha lasciato il posto ad un close sopra area 1,17 dopo le dichiarazioni di Trump sul tema della politica monetaria. Debole la maggioranza delle valute emergenti (dal Rublo a quelle asiatiche) mentre ha recuperato qualche posizione la Lira turca.
 
Fonte: ufficio studi Consultique SpA





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