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I mercati finanziari della settimana - dal 14 al 18 maggio 2018

Settimana di andamenti spesso divergenti tra i vari mercati internazionali: l’Europa è tornata a primeggiare (anche se con dei distinguo piuttosto importanti) mentre negli Stati Uniti i saldi settimanali sono leggermente negativi. Per il mercato americano, l’ottava è stata sostanzialmente di consolidamento, dopo una fase di breve che è stata piuttosto positiva e con buoni incrementi accompagnati dal Dollaro forte. Per quanto riguarda invece il mercato europeo, buona la resa del paniere generale (quasi +0,7%), con il Cac primo indice per performance e debolezza invece per Ibex e soprattutto FTSE Mib. L’indice italiano, dopo aver inanellato una sequenza positiva sia prima che dopo le elezioni politiche di inizio marzo, ha cominciato a scontare negli ultimi giorni gli effetti pratici dell’accordo politico tra Movimento Cinque Stelle e Lega, soggetti che stanno ormai per finalizzare il loro contratto di governo. Una posizione a tratti ostile alle regole e ai trattati europei, i timori per una possibile ingerenza verso il mondo delle controllate pubbliche e bancario e, soprattutto, politiche di bilancio non legate ad adeguate voci di copertura, hanno ingenerato un sentiment molto negativo sia sull’equity italiano in generale, ma, con più veemenza sugli istituti di credito, esposti alla tensioni presenti anche sui titoli di stato. L’aumento dei rendimenti e dello spread è andato in parallelo infatti con la discesa del FTSE Mib (-2,75%), a conferma che la ‘scure’ dei mercati ha preso di mira in maniera generalizzata tutte le asset class del paese. A livello europeo questo ha avuto un mini effetto contagio su banche e telecom, tra i settori più penalizzati (-2% e -3,3%) mentre sono rimasti forti i comparti legati alle materie prime come oil&gas e chimica. Il principale indice europeo, il Dax, è riuscito a riportarsi sopra quota 13.000, livello che non si vedeva dallo scorso inizio gennaio, di fatto quasi annullando gli effetti della fase correttiva di inizio 2018. Tra gli altri mercati, positivo il Nikkei (+0,8%) mentre in generale gli indici dei paesi emergenti hanno registrato performance negative: è il caso di India, Russia e Brasile, accumunate da segni rossi che vanno dall’1,5% al 2,5%. Di poco positivi e più resistenti gli indici cinesi, che nell’ottava sono risultati di poco positivi. L’indice Vix è rimasto stabile in area 12/14, dopo le discese dell’ultimo mese, in un quadro sostanzialmente stabile della volatilità.

 
In ambito valutario, nuova caduta dell’Euro nei confronti del Dollaro, con una perdita superiore al punto e mezzo percentuale, movimento che porta il cross in area 1,175. La pressione sui tassi USA e le incertezze politiche nell’area Euro continuano a rafforzare un movimento estremamente direzionale. Verso le altre valute sviluppate la moneta europea mostra ancora debolezza (ex. vs GBP, CHF, CAD, AUD). Unici guadagni verso la Lira Turca, sempre più in difficoltà, come altre valute emergenti (Real e Zar)
 
Il mondo obbligazionario è stato invece interessato non soltanto dal problema politico Italia (con l’impatto evidente sul segmento dei titoli di stato), ma anche dagli incrementi dei rendimenti sul governativo americano. Fin dai primi giorni della settimana, l’yield del decennale americano ha iniziato l’attacco a quota 3%, operando un breakup questa volta molto più efficace rispetto al passato. Il top raggiunto infatti ha toccato area 3,12%, rilanciando le tensioni in questo ambito come accaduto già qualche mese fa. Sebbene salari, PPI e CPI di aprile abbiano in qualche modo calmierato il problema della volatilità dei tassi, la momentanea fase di ‘pace’ è terminata con il rilascio dei dati su consumi e attività economica. Ecco che quindi l’indice sull’obbligazionario governativo USA scende di mezzo punto percentuale, portando la perdita da inizio anno a quasi il 2,5%. Secondo alcuni operatori, il peggioramento dei conti pubblici USA comporterà inoltre delle richieste di rendimento più alte da parte del mercato nelle prossime emissioni, anche considerando che la Fed non è più compratrice seriale. Pressioni quindi al rialzo sui tassi che si propagano alla zona Euro e vedono un vero e proprio crollo sulle scadenze governative lunghe (-1,7%), frutto sia di quanto sta accadendo negli USA, sia in Italia. Ed infatti i BTP italiani perdono circa il 2% a causa dell’irripidirsi del trend dei rendimenti sul decennale: se il 7 maggio eravamo ancora al di sotto di quota 1,80%, negli ultimi 5-6 giorni ogni seduta è stata caratterizzata da nuovi massimi, con un top proprio sul finale a quota 2,22%. In questo contesto sono risultati deboli anche i titoli di stato dell’area ‘core’ (ex. Francia) così come di quella periferica (Spagna, Portogallo, Grecia), con i titoli di quest’ultima in calo di oltre il 3%. In controtendenza il tasso decennale Bund, sceso a 0,55%, a conferma comunque del ruolo di bene rifugio nelle fasi di tensione sui mercati. L’evoluzione sui tassi USA condiziona pesantemente i mercati emergenti: nell’ottava i titoli denominati in hard currency flettono di un altro 0,80% (ytd -3,8%), mentre quelli in local currency perdono oltre il 2% (ytd -3,4%). In ambito corporate, pesanti perdite sull’IG in Dollari ma è risultato debole anche quello relativo all’area Euro. Lievemente negativo invece l’High Yield (in calo di circa 10-15 bps).
 
Per quanto riguarda la commodities, l’estrema forza del Dollaro ha direttamente penalizzato i metalli preziosi: oro e argento perdono tra l’1,5% ed il 2%, mancando del tutto l’effetto di bene rifugio. Ancora ottimo il trend del petrolio (+1%) che si avvicina ai 75 Dollari al barile. A macchia di leopardo le materie prime industriali: nickel in grande spolvero, deboli alluminio e rame.
 
Fonte: ufficio studi Consultique SpA

I mercati finanziari della settimana - dal 7 all' 11 maggio 2018

Settimana positiva per i mercati azionari internazionali con rialzi generalizzati per le varie aree geografiche, sia sviluppate che emergenti. Tornano a primeggiare, dopo un po' di tempo, gli indici americani, che ritrovano tonicità e migliorano il loro outlook tecnico. Catalizzatori diversi aspetti che, insieme, hanno portato ad importanti ritorni di capitale sull’altra sponda dell’Atlantico: il buon contesto di utili aziendali, la risalita del prezzo del petrolio che spinge il comparto Oil e soprattutto l’ultimo dato di inflazione, apparso tutto sommato sotto controllo se pensiamo che l’indice dei prezzi al consumo (monitorato dalla Fed) è salito dello 0,1% su base mensile e 2,1% su base annuale (rispetto ad attese rispettivamente pari a 0,2% e 2,2%). Ciò è bastato per mettere di buon umore i listini che già, comunque, avevano intrapreso una strada rialzista: tolto di mezzo, per ora, lo spauracchio di un surriscaldamento economico (che costringerebbe la Fed a esercitare più forza nella sua azione di normalizzazione), i mercati si sono quindi concentrati su elementi fondamentali. Lo stesso aumento del prezzo del greggio ha come altra faccia della medaglia la maggior tensione diplomatica verso l’Iran (ed amplificata dalla decisione di Trump di tornare a sanzioni e blocchi commerciali), ma gli indici hanno preferito concentrarsi sulla spinta possibile per i titoli legati all’Oil & Gas. L’S&P 500, indice guida statunitense, compie un movimento tecnico importante (+2,5%), superando area 2.700 punti e riportandosi sul mini picco dove si era fermato ad aprile. Un movimento convincente e con potenzialità: la base creata tra 2550 e 2700 punti tra febbraio e aprile si pone ora come importante supporto per le evoluzioni tecniche dell’indice che mette nell’obiettivo area 2.800. Come accade spesso, l’indice Nasdaq ha amplificato (+2,8%) il movimento, di fatto avvicinandosi molto ai massimi annuali. Inferiori i guadagni del Vecchio Continente nell’ottava, con l’indice Stoxx che fa segnare un +1,6%, depotenziato da alcune aree meno performanti, come Cac (+0,7%) ma soprattutto FTSE Mib (negativo). L’indice italiano paga l’incertezza politica da un lato e dall’altro la forte debolezza di due settori chiave come Telecom e Utilities, apparsi in difficoltà anche a livello europeo, dove invece primeggiano materiali di base, tecnologici e Oil & Gas. Tra gli altri mercati, in progresso il Nikkei e in netto recupero gli emergenti dopo alcune settimane di difficoltà, in questo senso il rialzo del greggio ha sicuramente dato una mano. L’indice Vix scende e torna in area 13/14: sussulti ancora possibili ma quadro tecnico in generale miglioramento.

 
Per quanto riguarda le commodities, ancora segno più per il petrolio, giunto ormai sopra quota 70 Dollari al barile, con una performance di oltre il 22% in soli 3 mesi. A dare gas ai prezzi il nuovo fronte aperto da Trump nei confronti dell’Iran. Dopo qualche settimana di debolezza, qualche punto di recupero per i metalli preziosi, con l’oro che ritocca quota 1320 Dollari l’oncia. Positive anche le materie prime industriali.
 
Ottava negativa per il comparto obbligazionario che vede principalmente tre dinamiche: la risalita dei tassi sui governativi ‘core’, qualche tensione in alcuni segmenti di quello ‘periferico’ e la difficoltà che pervade ancora i paesi emergenti. Il primo punto si inserisce nella fase tecnica laterale che caratterizza l’andamento del Treasury americano sulla scadenza decennale: i valori da circa un mese si trovano in uno stretto range tra 2,90% e 3%, con un solo reale tentativo, per ora, di un break al rialzo (scenario tecnico paventato da molti gestori come estremamente probabile). Rimanendo in tema di tassi USA, il trentennale (3,10%) addirittura si trova abbastanza distante dal top (3,20%, attaccato per due volte quest’anno senza successo), segno che sono più le paure dell’inflazione che reali dati a caratterizzare l’operatività degli investitori internazionali. I dati usciti in settimana sembrano per ora confermare questa tesi, anzi, a vedere il comportamento dell’equity, sembra che l’attuale contesto tra crescita e costo della vita sia adeguato e ‘sfruttabile’. Nella zona Euro, il Bund tedesco si è leggermente apprezzato, ma il close è rimasto ben sotto quota 0,60 senza particolari note di direzionalità. Più movimentato il corso del BTP decennale: il rendimento del titolo di stato italiano ha scontato prima l’incertezza politica che sembrava puntare a nuove elezioni e poi l’ipotesi di un governo a guida populista, con una risalita dall’1,75% di inizio settimana fino a quasi l’1,95%. Il close finale è inferiore al top (1,87%) ma le dinamiche restano fluide e legate agli sviluppi delle vicende politiche. Tra gli altri governativi, debole ancora il debito emergente, soprattutto quello targato Latin America. La forza del Dollaro ha conseguenze negative sull’indebitamento di molti di questi paesi, fattore che vanifica gli effetti positivi della risalita delle materie prime. In ambito corporate, variazioni minime, da segnalare solo il segno più per l’HY americano.
 
In ambito valutario, dopo la profonda rottura tecnica che ha portato il cross Euro-Dollaro fino ad area 1,18, settimana di consolidamento, dove comunque è prevalsa ancora una certa debolezza della valuta europea che guadagna solo verso Lira Turca e Real Brasiliano. Tornano ad apprezzarsi infatti sia la Sterlina, sia le valute nordiche,sia quelle legate al Dollaro,sia altre emergenti (ZAR, Rublo).
 
Fonte: ufficio studi Consultique SpA 
 

I mercati finanziari della settimana - dal 30 aprile al 4 maggio 2018

Settimana dal tono positivo sui mercati azionari internazionali, con gli indici USA che vedono un S&P poco mosso ma un Nasdaq in gran spolvero (+1,7%), un’Europa col segno più generalizzato e dei mercati emergenti che ancora faticano a ritrovare la via di una tendenza positiva. L’indice S&P 500 si è di nuovo spinto verso la prima fascia di supporti in area 2.600, da cui il paniere ha offerta una buona reazione e una chiusura vicina ai massimi. La situazione tecnica rimane tuttavia ancora da decifrare: da un lato massimi decrescenti (2.870-2.800-2.720), dall’altro un ‘pavimento’ di supporti (tra 2550 e 2600) che per il momento hanno offerto sostegno. Manca quindi un po' di ‘benzina’ per l’indice guida americano (colpa anche del Dollaro forte di quest’ultima fase di mercato) che ha visto comunque migliorare i suoi ratio di valutazione. Il P/E dell’S&P 500, infatti, da un abbondante 23 di inizio gennaio si è contratto a 20,3, per effetto del calo dei prezzi e del contestuale aumento degli eps aziendali trimestrali. Se l’S&P risulta quindi poco mosso, meglio ha fatto il Nasdaq, sostenuto dagli ottimi incrementi per alcune tech company (Apple, Baidu, Amazon) ad alta capitalizzazione. I temi di incertezza rimangono sostanzialmente gli stessi: da un lato la problematica del confronto commerciale tra USA e Cina, dall’altro il percorso di normalizzazione che la Federal Reserve riterrà di attuare seguendo l’evoluzione dei dati macroeconomici. Gli USA hanno chiesto esplicitamente a Pechino di ridurre il surplus di 200 mld entro il 2020: un’intesa è difficile, visto che la cifra rappresenta metà del totale complessivo e da parte cinese i toni si stanno facendo via via meno concilianti rispetto agli ultimi mesi. Positivi, come detto inizialmente, gli indici europei (+0,8% il paniere generale) con un Dax in buona forma (+1,9%) e accompagnato da un FTSE Mib (+1,7%) che conferma ancora la sua leadership nelle performance da inizio anno (+12% contro un azionario europeo solo di poco positivo). Bene in particolare Tech, Media e Utilities, mentre hanno sofferto Banche e Telecom. Tra gli altri mercati: piatto il Nikkei (ma con diverse giornate chiuse per festività) mentre gli emergenti hanno sofferto sia sul lato ‘asiatico’ (Cina -1,5%), sia nelle altre aree (Russia -1,7% e Brasile - 3,8%). La volatilità di mercato ha avuto un picco nella giornata di giovedì (Vix a quasi 19) per poi rientrare su valori più contenuti: attenuazione quindi ma anche attesa di maggiore direzionalità di medio termine.

 
Ottava dal tono misto per le commodities: indice positivo nel complesso ma performance diverse tra i vari sottobasket. Metalli preziosi ancora deboli (oro -0,6%), mentre il WTI si è ancora apprezzato (+2,4%), fissando nuovi massimi di periodo e sfiorando ormai i 70 Dollari al barile. Andamento misto per i metalli ad uso industriale: l’alluminio rimbalza (+5,7%) rame poco mosso, scende il nickel.
 
Settimana non troppo movimentata per gran parte dell’obbligazionario: i segmenti relativi ai titoli di stato hanno visto infatti moderate variazioni, tanto nella zona Euro che in quella statunitense. Chi ha lasciato sul terreno vistosi segni meno sono i paesi emergenti, con il calo marcato sia delle esposizioni in local currency (-1,4%), sia di quelle in hard currency (-1%). Ad un mese la correzione è significativa, con perdite che nell’area EMEA e Latam sono nell’ordine del 4%. Oltre alla forza del Dollaro, che danneggia la situazione economico finanziaria di questi paesi e le tensioni sui tassi USA nell’ultima fase di mercato, ci sono da aggiungere anche elementi specifici che periodicamente rappresentano degli elementi di rischio per gli investitori. Se qualche settimana fa era la Russia a spaventare i mercati, nel breve è l’Argentina ad evidenziare problematiche molto serie in relazione alla tenuta della valuta locale, il Peso. La Banca centrale argentina ha aumentato per tre volte i tassi in sei giorni, portandoli ad un incredibile 40%, nel disperato tentativo di difendere il Peso argentino, svalutatosi del 10% nel giro di pochi giorni. Inflazione, deficit commerciale e fiscale stanno conducendo il paese argentino in una situazione di forte tensione (i CDS sono passati da 200 di fine 2017 a quasi 350). Poco mossi invece i tassi negli USA, con il decennale che rimane comunque su valori ancora vicini alla soglia del 3%. Anche il titolo di stato tedesco pari scadenza, non ha visto particolari movimenti, restando sul range di breve tra 0,5% e 0,6%. Nell’area Euro intanto sono usciti i dati di inflazione: 1,2% ad aprile con la componente ‘core’ ai minimi da un anno (0,7%). Il livello ha messo in allarme i mercati, anche se alcuni analisi giustificano il dato con motivazioni tecniche e ricordano che lo stesso Mario Draghi aveva ammesso che si sta attraversando una minifase di minor crescita dei prezzi. La problematica dell’inflazione appare comunque stucchevole come tematica, tanto negli USA che in Europe. I varie QE implementati lato America paiono più aver supportato politiche di buyback e di remunerazione degli azionisti più che di crescita reale, mentre in Europa è servito principalmente a calmierare le tensioni sul debito statale e dare fiato al sistema bancario, evitando anche crisi di sfiducia nella valuta unica.
 
In ambito valutario, conferma della fase estremamente bullish per il Dollaro USA nei confronti dell’Euro: in un mese il cross è sceso di quasi 3 punti percentuali, tornando ai livelli di inizio anno (1,19-1,20), prima quindi dell’accelerazione che aveva portato il cambio in area 1,25. Il Dollaro più forte andrebbe di pari passo con minori tensioni inflazionistiche in ambito globale. Tra gli altri cross, debolissima la Lira Turca mentre altre valute legate al Dollaro e lo Yen hanno ripreso valore. 
 
Fonte: ufficio studi Consultique SpA 





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